Nell’aprile dello scorso anno, in pieno lock down, nasceva “Radio (in)attesa”.

 

Nel Simposio di Platone, Socrate presenta l’origine di Eros, dio dell’Amore: figlio di Poros (l’ingegno, l’espediente) e di Penia (la povertà, il bisogno) Eros non si può dir bello, ma del Bello è sempre alla ricerca.

Nata da una mancanza, questa piccola iniziativa radiofonica non si propone di riempire un vuoto così come riempiremmo una buca in una strada o un bigné in una pasticceria; nata da una distanza, non si illude di annullarla. Piuttosto di renderla occasione di Bellezza.

Tante volte i vuoti non possono che rimanere vuoti, gli abissi incolmabili: si può allora far risuonare quel vuoto, volteggiare sopra quell’abisso come un funambolo, ricamarne i bordi, gettarvi un ponte.

C’era bisogno di prossimità, pur non potendo essere presenti nello stesso luogo.

C’era bisogno di uno spazio reale da abitare senza che avesse un sapore virtuale.

Tutto è nato da un romanzo letto a voce alta in una stanza vuota, nel silenzio serale, quando i bambini dormono; una luce da tavolo ad illuminare le pagine, la penombra al di là della scrivania per immaginarvi loro, gli alunni, così lontani nelle loro case, ma così vicini nei pensieri quotidiani.

Ad un certo punto è accaduto qualcosa di paradossale e al contempo naturale: in quella penombra hanno cominciato a presentarsi anche amici, parenti, colleghi, insomma tutta una platea di affetti che riempiva quella piccola stanza, occupando uno sgabello ingombro di libri, sedendosi ora su un bracciolo di una poltrona, ora per terra, poggiandosi dentro un armadio aperto, addossandosi ad un muro.

È successo che, una dopo l’altra, tutte le mancanze hanno cominciato a divenir presenze vive che se ne stavano in ascolto, rendendo quella lettura sempre meno solitaria.

In un momento in cui milioni di persone cercavano di colmare le distanze riempiendo i loro schermi di cellette contenenti volti bidimensionali, saggiandone l’estenuante sfuggevolezza, nella penombra di una lampada e al risuonare di una voce si facevano vive ogni sera decine e decine di persone in carne ed ossa. Altro che assembramento.

Le letture, inviate con messaggi vocali da un cellulare, avevano dato voce ad un vuoto – ad una solitudine – e lo avevano fatto risuonare per simpatia insieme ad altri vuoti – ad altre solitudini – attenuandone il peso. Ma ora che il romanzo stava per giungere al termine si faceva strada la domanda del dopo, l’horror vacui, il terrore del vuoto.

Come proseguire, come ingannare il mostro, come non farsi inghiottire dal precipizio, come camminare su una fune tesa che sembrava finire nel nulla?
La soluzione è arrivata a domicilio, con la consegna di una vaschetta di gelato: nessun intermediario, direttamente lui, il gelataio, simpatico e loquace come sempre, gentile fino al punto da tornare al negozio a prendere i coni che si era dimenticato e tornare pochi minuti dopo, sempre sorridente, chiedendo scusa per l’accaduto. Lui porta avanti una doppia attività, una gelateria che è anche emittente radio: a pensarci, non fa una piega. “Basta un’app” dice scappando “te la mando!”

Realizzarla è stato come stappare una bottiglia che era stata agitata a dovere e messa in fresco in attesa dell’occasione giusta (che arriva sempre inattesa). Servivano i compagni giusti, quelli cui non devi spiegare nulla perché hanno capito talmente bene cosa hai in mente che pare avessero messo da parte le idee in attesa che arrivassi tu a chiedergliele. È stata tutta una faccenda inattesa, in un momento in cui tutti eravamo in attesa. Per questo non poteva che chiamarsi così, Radio (in)attesa.

E ora? Ora, come sempre, ognuno si mantenga sintonizzato sul proprio vuoto e si tenga aperto…
Nel frattempo Radio (in)attesa ha aperto il suo indirizzo di posta… elettronica?! Macché! Una cassetta di latta, una buca delle lettere con tanto di nome scritto sopra.

Ecco come trovarla: pilastro d’uscita, di fronte all’aula di settima (sì lo sappiamo, binario 9 e ¾ sarebbe stato più accattivante…). Come funziona? Si prende un foglio, ci si scrive un messaggio con matita, penna, pastello o salsa di pomodoro (a seconda di quello che avete per le mani), si piega il foglio una, due o dieci volte e poi si infila nella cassetta.

Per verificare che il destinatario abbia ricevuto il messaggio bisogna aspettare che l’omino col giubbetto giallo arrivi ad aprire la cassetta con la sua chiave e ne vuoti il contenuto nella sua sacca.

Per chi invece fosse così “antico” da usare ancora la posta elettronica allora l’indirizzo è [email protected]